Un bel tacer.

“Un bel tacer non fu mai scritto.” mi sovviene mentre attendo che giunga il sonno.

Ma che me ne frega di tacere se tutto ciò che voglio è scrivere? Scrivere su ogni centimetro di epidermide, su ogni brandello di carta, sui muri, sui margini delle pagine, sui Testi Sacri, sui delicati incastri delle sinapsi…

Voglio scrivere dello scroscio della pioggia giunto a sorpresa nel tardo pomeriggio subito dopo il bagliore del lampo dentro la stanza in penombra. E voglio scrivere della mia natura snaturata, spuria, e delle sue pendenze.

«Non ho mai osato. È una vita che spengo la fiamma prima che incendi» confida lui rivestendosi.

«Io invece ho un fuoco dentro che brucia tutto ciò che gli passa accanto.»

Lui fa un cenno al mio sguardo, all’iride scura che quando fissa un punto di fronte a sé si spoglia della dolcezza e risveglia una bestia assopita dentro.

«Hai occhi profondi come le tenebre.» bisbiglia coricandosi nuovamente al mio fianco.

Voglio scrivere del paese in cui sono nata, della sua meravigliosa antichità che, sì, è retriva e bigotta ma pullula di storia e continua a dar voce ai morti.

“Ti faccio paura?” mi limito a chiedere con una sola ragione nella testa e tra le cosce.

«C’è una parte di te cupa come il colore degli occhi ed un’altra limpida, rasserenante, così diversa…” suggerisce come a rispondere ad un proprio dissidio interiore ed io gli accordo il piacere di avere l’ultima parola, lascio morire il discorso.

Voglio scrivere del giorno che si è spento con un copioso scroscio di pioggia, del tramonto aldilà del vetro. E voglio scrivere del cielo che si è fatto cupo come l’iride e ha aizzato la bestia che ora canticchia una canzone di quando era bambina.